Ottavo incontro -


VIII
persone prima che studenti, corpi prima che persone
- il corpo e il suo fantasma
- modellare il Das a occhi chiusi (esperienza di gruppo)
- pratica d’ascolto prima che strumento diagnostico







Materiali:

Massimo Celani

DAS


in ricordo di Dario Sala

le nuvole


Dario Sala, il cretatore

“Ritengo che un’opera d’arte non sia altro che un caso particolare d’invenzione.

Un’invenzione non è un oggetto, bensì un concetto, ossia un’identità specifica, quella di cui l’inventore ritiene che un oggetto debba essere provvisto per essere efficace come mezzo per raggiungere un certo scopo.”

(Luis J. Prieto, Saggi di Semiotica, vol. II)

Chissà se Prieto ha mai giocato col DAS. E se lo ha fatto, si è chiesto chi fosse il cretatore (la “t” è un lapsus, ma sarà il caso di lasciarla) di quella invenzione. L’inventore era Dario Sala: le cronache ci dicono che era “utopista e pacifista”, nonché “antiquario e poeta, chansonnier e scrittore, reduce ed europeista”. Qualche parola messa insieme giusto per scrivere un coccodrillo il 31 gennaio di quest’anno, quando Dario Sala si è spento a 93 anni. Del resto, non è richiesto alle cronache dei giornali – che ci hanno dato la notizia proprio mentre ci si apprestava a fare “un gioco” col DAS all’Unical – analizzare ed approfondire. Né sapremmo farlo noi.

Per questo ci limitiamo a dedicare questo modesto lavoro all’inventore DArioSala, che dall’invenzione ci guadagnò appunto solo l’acronimo, segno apparente di vanitas in realtà firma dell’opera d’arte, mai come in questo caso fusione totale con l’invenzione.

Un tributo a chi ha voluto fare della sua immaginazione un prodotto open source, freeware (anche se poi se ne sono impadroniti per poche lire altri). Comunque riuscitissimo.

Molti di noi ricordano con gioia le ore di educazione artistica alle scuole elementari, unico vero momento artisticamente pedagogico (anche quando si finiva per modellare falli di creta, trofei mariuoli da far ritrovare divertiti sulla cattedra alla maestra). Se qualcuno, da grande, finisce per divertirsi ancora col DAS, ci si può chiedere come faceva Dario Sala: “Il nulla è impossibile che ci sia. Nei prati, quei fiorellini piccoli e ben disegnati da chi sono andati a scuola?”.

Vincenzo G. Rovella


Quando i nostri occhi si toccano,

è giorno o è notte?

(Jacques Derrida)

“Malgrado la fortuna del vedere / così cieco /

Malgrado il dono del sentire/ così sordo.”

FrantiŠek Halas

Di Sergio Alejandro Solomonoff ricordo l’andatura lenta e leggermente claudicante.

Contrappunto e antifrasi di una velocità di pensiero e di una logica che non zoppica.

Sergio Alejandro quel giorno di Aprile dell’87 (erano gli anni della prima esperienza di istruzione a distanza in Italia, quella del CUD, il Consorzio per l’Università a Distanza) avrebbe dovuto inaugurare il suo seminario su questioni televisive ad uso di un piccolo gruppo di formandi in materia di didattica degli audiovisivi. Dando continuità a un discorso che per quella materia aveva già ospitato tecnici e registi della RAI oltre che qualche tronfio cattedratico. E invece quell’ometto basculante se ne venne con dieci pacchetti di DAS e con dieci foulards.

Per trenta minuti i dieci partecipanti a quel gruppo, ad occhi bendati, hanno cercato di modellare un corpo. Un esperienza tanto minimale quanto irripetibile.

Si direbbe dalla portata clinica assolutamente pericolosa, almeno per il suo essere fuori programma. Un si direbbe convenzionale e disciplinare. Non valido e dunque non pericoloso per chi arriva a intendere (con Freud) che insegnare educare e psicanalizzare, oltre a essere tre mestieri impossibili, sono pur sempre inseparabili.

Di quella esperienza, chi di quel gruppo era - in un certo senso – tutore, ha cercato strenuamente una tenera custodia.

Così quel DAS, quelle crete, quei corpi, quei dieci corpi di creta sono stati posti sulla fotocopiatrice e, a distanza di 13 anni, quelle fotocopie sono state riprese con lo scanner.

Al fine di rendere più perverso il gioco intermediale e ancor più degenerate quelle immagini che trovano oggi il momento per concludere.

Pur non trattandosi di un gruppo terapeutico, è sembrato di introdurre così facendo qualcosa di ordine psicanalitico.

Intervenendo piuttosto che interpretando. Giacché è il primo e non il secondo che ne fa il tratto distintivo. Ponendo rimedio a qualche faglia di troppo. Volgendo in danza.

Cercando di cogliere il cinéma interno a ogni corpo piuttosto che quello tra i corpi.

Intracorporeità piuttosto che intercorporeità. In tal senso si diffida chiunque (e pure chi scrive) dal tentarne una ricostruzione in sequenza. Si tratta di corpi singoli, singolari, diversi.

Si tratta di “a solo”.

Cosa grida la cosa? Cosa sussurrano quei corpi di DAS modellati al buio? Cosa ricordano ?

Toccando, modellando, ricordano qualcosa di mai saputo e di mai visto prima. E’ forse uno schema?

Colin-maillard

Andata e ritorno. Attraverso il lusso di una momentanea esperienza di cecità (lusso perché reversibile, perché c’è ritorno, c’è gioco, fort /da, mosca-cieca, nascondino al buio), ci si accorge di come il vedere corrisponda al toccare. Il buio della benda fa silenzio e con la punta delle dita impariamo ad ascoltare con gli occhi (sarà forse questo l’architesto dell’immagine acustica?). La momentanea privazione dello sguardo fa sì che (ci) si guardi dentro. Il che corrisponde a una posizione d’ascolto. Le dita, le mani, i polpastrelli mandano a dire che non c’è punto di vista. Che non ce n’è uno o, del tutto, che il punto non è di vista.

Nel mostrare ai ragazzi che ne era stato dei propri corpi, considerando che non si era né a La Borde né al S. Maria della Pietà, vale a dire sorvolando sulla portata clinica di un gioco siffatto, mi è sembrato d’intendere una diffusa soddisfazione che andava a raddoppiare quella – et voilà – dello smascherarsi, del vedere dopo essersi tolti le bende.

Nonostante il doppio effetto di stranianza scaturito, prima, una volta tolte le bende da quanto modellato, poi, dal vedersi restituire le stesse immagini deformate dalla fotocopiatrice, senza aggiungere parola alcuna, credo abbiano inteso la cosa.

Si erano creati dei fantasmi. Nel senso di Gisela Pankow: necessità di costruire un fantasma inteso come campo dinamico, oltre che come prima misura terapeutica.

L’impalpabile immagine del corpo proprio (?), in un breve tragitto, si è materializzata, col DAS si è fatta carne e crepe, ha acquistato tridimensionalità, subito dopo l’ha persa si è appiattita, è divenuta bidimensionale, carta (come potrebbe intenderla il navigatore Serres o il deragliatore Deligny), foto-copia (ma copia di che?), signorile luminosità.

Per meglio finire nel sacco. In quel sacco che sa di topologia e che i calabresi dicono “aru riscuordu”. Le cose vanno “aru riscuordu”. Si dimenticano ma non vanno perdute.


A seguire, 10 glosse.

Sembrava voler dire questo:

“Ho fabbricato scatole per cinquant’anni.

E’ arrivato il momento di fermarsi”.

Emilio Garroni

In ricordo di Dario Sala,

inventore del DAS.

1.

Tra aptica e ottica, Deleuze attribuisce a Bacon una pittura basata sulla “precisione della sensazione”. Ma come farà la sensazione ad essere precisa? Attraverso l’articolazione di un ritmo.

Pessoa scandisce così: prima c’è la sensazione stessa, poi c’è la coscienza della sensazione, infine una “intellettualizzazione della sensazione”. Mi si richiede di modellare non un corpo ma il mio corpo. Il buio diventa un silenzio che consente di attraversarlo e dettagliarlo come fosse un territorio. Occasione unica per sottrarsi ai cliché percettivi e porsi nell’impossibilità di una presa di posizione propriocettiva. Dove è proprio quel “proprio” a non andar da sé. Dunque modello la cosa, plasmo il Das, in una immersività che sa di ascolto. Sento l’eco dell’esortazione nietzscheana a “rompere loro gli orecchi affinché imparino ad ascoltare con gli occhi”. Mi metto in una condizione di attenzione (che per Peirce è necessariamente fare attenzione a un elemento trascurandone un altro), ascolto il “mio” e cerco di trascurare ciò che so degli altri: magro, longilineo, grasso, grosso, etc. lacosa non va senza aggettivazione, senza parole. D’altra parte non sarebbero che imago, schemi corporei, in fondo fantasmi. Anche il “mio” lo è, forse lo è più degli altri, ma non per questo è esente da un luogo di testualizzazione. Se il corpo non è preverbale, quel pacchetto di DAS, quella creta (l’ apeiron secondo Semerano) potrà essere il presemiotico o il protosemiotico?. Chi rintraccia nell’accadico | eperu | la polvere umida che si mischia all’acqua, come il limo, che dà origine alla vita, pulvis es et in pulverem reverteris, bestia nera degli indoeuropeisti, non avrà almeno ragione da un punto di vista culturale? Quel pacchetto di DAS è una buona immagine dell’infinito.

Si prenda “il tramonto del sole”, un’altra figura dell’infinito. Pessoa sa che anche il tramonto è un fenomeno intellettuale. E’ quando qualcosa muta nel nostro sguardo, quando mi assale la grandezza incommensurabile dello spazio o il prender coscienza di quei colori che la sensazione assume un valore estetico. Non empatizzo molto con la parola empatia, gli preferisco Einfuhlung, sensazione dentro. Il Fühl, il sensibile, il Fühlen, il sentire, è - non a caso - un tastare, un intuire che scaturisce dal cercare tastando. I tedeschi - si sa - sono più precisi. Chissà per quale dannato witz Edith Stein prima empatizzò con Husserl e poi finì col toccare con mano le camere a gas di Auschwitz, per quale lapsus Edith – la martire suor Teresa Benedetta della Croce – donna del Fühlen sperimentò la ferocia del Führer.

Occorrerà un’altra forma mentis, quella di Freud, per spostare l’attenzione dall’Einfuhlung alla Übertragung, al transfert, un concetto dinamico (in Freud quasi sempre plurale: “ i transfert”) che possa rendicontare anche il passaggio, sotto forma di resistenza (Übertragungswiderstand), da un tocco di creta all’infinito, dal tramonto dello sguardo a un corpo – in tutti i sensi - finito.

2.

“Ci accucciamo tra le parole come animali nella tana” scrive Del Giudice. Mi pongo in una condizione di osservazione/ascolto, in una sorta di incassamento involucrale, attraverso “l’attivazione di un dispositivo spaziale digestivo che permetta la tracciabilità della trasformazione” (A.Valle, G.Festi, pag.8) di quel corpo.

Una tracciabilità, come la si direbbe oggi a proposito della filiera alimentare, di un oggetto dinamico: “ciò che ci spinge a produrre semiosi. Produciamo segni perché c'è qualcosa che esige di essere detto (…). Si ha indicalità primaria quando, nella materia spessa delle sensazioni che ci bombardano, di colpo selezioniamo qualcosa che ritagliamo su quello sfondo generale, decidendo che vogliamo parlarne (quando, in altre parole, mentre viviamo attorniati da sensazioni luminose, termiche, tattili, interocettive, una sola di queste attrae la nostra attenzione, e solo dopo diremo che fa freddo, o che ci fa male al piede); si ha indicalità primaria quando attiriamo l'attenzione di qualcuno, non necessariamente per parlargli ma anche solo per mostrargli qualcosa che dovrà diventare segno, esempio, e lo tiriamo per la giacca, gli volgiamo-la-testa-verso.” (Umberto Eco, p.4).

3.

Scrive Claudio Parmiggiani: “Ho iniziato e continuato per diversi anni a disegnare e dipingere alla luce di una lampada a petrolio e forse per questo gran parte delle immagini della mia memoria hanno identificato nella notte la loro provenienza”. A proposito di Delocazione (1970), “era un lavoro nato dall’osservazione di uno spazio, il luogo di presentazione di un’opera, un ambiente trovato all’interno di un museo, e quest’ambiente non era nient’altro che un luogo abbandonato, dove le uniche presenze erano le impronte degli oggetti che avevo rimosso. Un ambiente di ombre realizzate con polvere e fumo, ombre di tele rimosse dalle pareti, ambienti completamente spogli dove l’unica presenza era l’assenza, ectoplasmi di immagini scomparse, ombre di ombre”. Un tema, un sema di soma, quello dell’impronta, di quadri rimossi dalle pareti, che attraversa buona parte dell’opera di Derrida oltre che punto d’ancoramento per l’Atlante Occidentale di Del Giudice.

4.

Ricordo luttuoso di Derrida, di una veglia d’ospedale. “Costretta a letto da un anno, tra la vita e la morte, quasi murata nel silenzio di questa letargia. Ho detto spontaneamente di mia madre che era “murata”? In quella che si potrebbe chiamare la retorica della cecità, è una delle figure tipiche. La cieca di Rilke (…) dice i suoi “occhi murati” (vermauerten Augen)”. Non a caso Derrida cita Gong di Rilke: “Bisogna chiudere gli occhi e rinunciare alla bocca, / restare muti, ciechi, abbagliati: / lo spazio tutto scosso, che ci tocca / vuole dal nostro essere solo l’udito.”

5.

Da quale angolazione, da quale punto ci predisponiamo ad ascoltare il ritmo del nostro corpo, nel vano tentativo di dargli forma? L’orecchio – diceva McLuhan - non favorisce nessun punto di vista in particolare. E prim’ancora Simone Weil rimarcava quanto il punto non fosse di vista. Ciononostante ci facciamo punctum, secondo quanto ci ha consegnato Roland Barthes riproponendocene l’etimo, alla ricerca di ciò che punge nell’emergenza di un ricordo di ciò che il corpo fu. Alla ricerca di somatemi, di un quasi parlando (Barthes, Rasch, pp. 293-294).

6.

Se Paul De Man indaga il rapporto tra blindness e insight, Gerald M. Hopkins cerca un inscape, a partire dall’instress.

Inscape, parola che dice sia la visione che si ha dal di dentro d'un luogo, sia la visione dentro di sé. Hokpins la applica anche alle piante ed ai fiori che vede, per dire che “a momenti si piegano o si innestano secondo una loro visione interna”. L'altra parola speciale è instress, dove stress è l'accento tonico nelle poesie; dunque instress sarebbe un accento interno, come gli impulsi di un battito libero dentro a un verso. Pare che Hopkins veda lo sbocciare di aspetti naturali come un movimento armonico, simile a quello della poesia: ogni aspetto fenomenico ha una propria visione interna che si innesta in una forma esterna, e un battito o impulso energetico che rende vibrante quella forma. Ma inscape e instress indicano anche una condizione mentale: la condizione di quando si è dentro di sé, nella calma del proprio essere, del proprio organismo. Ecco dunque, ancora una volta, una visione metrica, una vista a partire dal ritmo, dalla scomparsa e dalla riapparizione del corpo. Quello del rocchetto freudiano, quello del Fort/Da!

7.

“(...) lo sguardo provoca una sinestesia, una indivisione dei sensi…che accomunano le loro impressioni in modo tale da poter attribuire all’uno, poeticamente, quanto accade all’altro (…): tutti i sensi possono dunque “guardare”, e, inversamente, lo sguardo può sentire, ascoltare, tastare, ecc. Goethe: “Le mani vogliono vedere, gli occhi vogliono accarezzare”. (Roland Barthes, Dritto negli occhi, pp. 302-303). I sensi sono un po’ come i media: strutturalmente multi, multi per definizione. Allo stesso modo la percezione ha una natura cumulativa, è sempre – in un certo senso - sinestesia. E’ la scienza che – uno alla volta, per carità – suggerisce dissezioni e separazioni, sempre enfatizzando prima il ruolo della vista poi quello delle visioni del mondo. Tra le tante, quella della scienza sembra tendere più alla mistica (se ne accorsero per tempo Lakatos e Feyerabend) che alla razionalità. Lacan usava commentare sarcastico: “è che la Scienza non è un granché scientifica”.

Deprivati della visione, di tutte le visioni, considerato il contesto di prevalenza dell’immagine, delle cosiddette arti visive e delle tele-visioni, posso reagire nel buio e nel silenzio a quel doppio schiacciamento che prima tende a identificare la percezione con l’esperienza visiva e che poi vede la vista assorbita dal linguaggio. (cfr. Marco Mazzeo, p.58).

8.

Possiamo forse ipotizzare l’esistenza di “un fenomeno analogo a quello della praxis énonciative, (…) in un costante aller et retour tra un livello virtuale (quello in cui si colloca la forma, consolidata nella ricetta, di un piatto) e le infinite varianti che il singolo cuoco realizza”? (G.Grignaffini). Sì, ma in questo caso non c’è (da) dire, non c’è detto: sono al buio e non devo dir nulla. Ho solo le dita con cui toccare, fare, plasmare. In modo approssimativo, incerto, grezzo. “La mano, secondo questa idea, non coglie un limite ma vive un limite: deve tastare per successioni un mondo che non conosce nella sua interezza e mai completamente. La mano è senso del limite perché ristretto è il suo raggio d’azione e deficitaria la sua forma di conoscenza.” (Marco Mazzeo, p.130).

Carlo Sini ci fornisce un interessante controcampo: “(…) la cosa afferrata conferma la mano, la incurva, le crea quel vuoto che è il suo vuoto di impiego e lo spazio dei suoi paraggi corporei; la mano plasma la cosa, le assegna confini definiti e un percorso di infiniti possibili afferramenti: afferramenti “conoscitivi”, “euristici”, cioè aperti alla scoperta del mondo” (Carlo Sini., p. 73).

Limite, illimite, finito, infinito. Se la mano è miope, se la mano è il limite, quel tocco di Das è il finito con dentro l’infinito. Diceva Zellini che assisteremo a sempre rinnovati tentativi di "indicare in modo esplicito l'infinito con qualcosa". Quel tocco di Das è uno di questi qualcosa.

Materia scritta

Un giorno di lavoro in cantiere: sposto per le giuste ore molte lastre di marmo destinate a un pavimento. Le scarico dal camion, le trasporto all’interno, mi passano per le mani molte volte. La polvere bianca, la sfarinatura del marmo, si assesta in tutti i solchi delle mani, nei pori, nelle scalfitture. A raschiarla sotto l’acqua la sera, resiste come un velo. Poi a casa mi cucino una seppia e il residuo del suo nero insegue il bianco, a ricalco, su tutta la superficie delle mani. Le risciacquo, ma non a fondo, tanto non ho da fare baciamano. Siccome ho una testa che impasta sempre parole, penso che quel nero su bianco sopra mani mie, sia scrittura: che le cose intorno scrivano sopra di me e di tutti, e nessuno sa più leggere tutta la posta che ci arriva addosso, per esempio, le gocce di pioggia sopra un vetro. Neanche i bambini lo sanno fare. Forse sapeva Adamo, quando metteva i nomi a tutte le creature. Forse non li inventava, ma li leggeva scritti su di loro, nelle orme al suolo, nei voli in cielo. E se posso fare pagine da scrittore è perché io stesso stasera sono scritto da nero di seppia e polvere di marmo, su dorso e palmo di mano. Nel disparte di un tavolo da sparecchiare, nel fiato che esala cipolla, scrivo della materia che mi ha scritto.

Erri de Luca, Alzaia, Feltrinelli, 2004 (1977), p.67

9.

Ecco allora che l’impossibilità di una presa di posizione propriocettiva genera sorpresa. Cosa avrò combinato?

Tolgo la benda e mi accorgo che il Das non c’è più. Ora c’è un corpo nelle mie - queste sì, posso dire che sono mie – mani. La sorpresa e la soddisfazione scopica sono bilanciati da un “tutto qui?”. Mi accorgo che ero - e sono - sotto lo sguardo di qualcun altro. Siamo esseri guardati:

“(…) la dipendenza del visibile rispetto a ciò che ci pone sotto l’occhio del vedente. Ma è ancora dir troppo, perché quest’occhio non è che la metafora di qualcosa che chiamerò piuttosto la pousse, spinta o germoglio, del vedente, qualcosa che sta prima del suo occhio. Quel che si tratta di mettere in evidenza, attraverso le vie che egli ci indica (Lacan si riferisce a Merleau Ponty), è la preesistenza di uno sguardo – io non vedo che da un punto, ma nella mia esperienza sono guardato da ovunque.” (Jacques Lacan, p.74).

10.

Quel corpo di DAS (e anche quel che resta dell’ involucro di alluminio di quel tocco) non mi vede ma mi guarda.

La schisi tra occhio e sguardo fa il paio con l’entre-deux che supponiamo sia il soggetto – se si vuole - per via dell’inconscio o – se si preferisce – per via della dinamica tra involucro e oggetto, scatola e ciò che sta dentro. In tutti i casi “ inessenziale di un inessenziale” (Emilio Garroni, p.121).

Parte di questo testo è pubblicato su Ou. Riflessioni e provocazioni, “Formae mentis”, a cura di F.Garritano, E. Sergio, R. Catalano, Edizioni scientifiche italiane, Vol XV, n.1, 2004.

Buona parte degli appunti, preliminari a questo testo, sono in linea su:

http://mondoailati.unical.it/corsodilaurea/modules.php?op=modload&name=Forums&file=viewtopic&topic=2296&forum=16&start=10

Bibliografia

Roland Barthes, Dritto negli occhi, in L’ovvio e l’ottuso, Saggi critici III, Einaudi,1985, (trad. di D. De Agostini, 1977, in L’obvie et l’obtus. Essais critiques III, Editions du Seuil, 1982)

Roland Barthes, Rasch, in L’ovvio e l’ottuso, Saggi critici III, Einaudi,1985, (trad. di D. De Agostini, 1975, in L’obvie et l’obtus. Essais critiques III, Editions du Seuil, 1982)

Gilles.Deleuze, Francis Bacon. Logica della sensazione, trad.it. S.Verdicchio, Quodlibet, 1995

Daniele Del Giudice, Atlante Occidentale, Einaudi, 1985

Emilio Garroni, Racconti morali o Della vicinanza e della lontananza, Editori Riuniti, 1992

José Gil, L’atmosfera: Pessoa e Warhol,traduzione di Milli Graffi, in ‘Il piccolo Hans’, n.73, Moretti & Vitali, 1992

Jacques Derrida, Memoires d’aveugle. L’autoportrait et autres ruines, Reunion des Musées Nationaux, Paris, 1990 (traduzione di Giovanni Scibilia, pp. 38-46, in ‘Il piccolo Hans’, n.73, Moretti & Vitali, 1992)

Umberto Eco, Kant e l’ornitorinco, Bompiani, 1997

Jacques Lacan, “Lo sguardo come oggetto a”, Il seminario. Libro XI (1964), Einaudi, 1979 (Editions du Seuil, 1973)

Marco Mazzeo, Tatto e linguaggio. Il corpo delle parole, Editori Riuniti, 2003

Claudio Parmiggiani, Guardare un quadro a occhi chiusi, guardare tutto a occhi chiusi, in “Il piccolo Hans”, n.73, Moretti & Vitali, 1992

Ferdinando Pessoa, Il libro dell’inquietudine, libro I, a cura di A.Tabucchi e M.J.,
De Lancastre, Feltrinelli, 1999

Carlo Sini., Idoli della conoscenza, Cortina, 2000
Paolo Zellini, Breve storia dell’infinito, Adelphi, 1980

Risorse web

Gianni Celati, Visioni di spazi e ultraspazi, relazione al seminario presso la Scuola Superiore di Studi umanistici dell'Università di Bologna, pubblicazione in rete: 2001

Giacomo Festi, Andrea Valle, Per fauces precipitare. Per una semiotica degli spazi digestivi,

in “E|C. Rivista dell’Associazione di studi semiotici on line”, pubblicazione in rete: 11 Aprile 2004

Giorgio Grignaffini, La cucina concettuale, in “E|C. Rivista dell’Associazione di studi semiotici on line”, pubblicazione in rete: 28 maggio 2004

Antimo Negri, Giordano Bruno e l’elogio delle mani, in “Next on line. Strumenti per l’innovazione”, n.12, http://www.nextonline.it/archivio/12/16.htm : pubblicazione in rete: Anno IV, numero 12, 2001

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